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"Covid, entrano in campo nuovi farmaci"


FERRARA. «Il primo consiglio è di vaccinarsi. Al S. Anna la maggior parte dei pazienti Covid (soprattutto quelli più gravi) non ha assunto il vaccino e in terapia intensiva sono tutti non vaccinati. Il secondo è di continuare a rispettare le regole precauzionali: distanziamento, mascherine e igiene personale. Il terzo è di non sottovalutare sintomi che possono essere indicativi dello stadio iniziale della malattia, come febbre o tosse, il Covid si può trattare meglio quando si trova in una fase precoce». La tempestività della diagnosi e del trattamento sono due dei migliori supporti per la guarigione, spiega il direttore del reparto ospedaliero di Malattie infettive, Marco Libanore. L’altra stampella, oltre al tempo, sono i farmaci. Nelle ultime settimane, mentre la cronaca è costretta a fare i conti con la protesta anti-democratica e anti-Green Pass e con gli episodi di vandalismo, la ricerca ha aperto un nuovo orizzonte per la cura della virosi con la sperimentazione di un farmaco prodotto dalla Merck, il Molnupiravir (è una pillola, si assume per via orale), che sembra molto promettente come terapia del Covid-19.



«L’efficacia delle cure cresce con la precocità della diagnosi - sottolinea Libanore - e anche per questo farmaco la regola non fa eccezione. Va assunto entro cinque giorni dalla comparsa dei sintomi e dai primi dati raccolti ridurrebbe del 50% ospedalizzazioni e ricoveri ospedalieri. C’è da dire che è stato testato sulla metà dei pazienti rispetto al target indicato inizialmente per lo studio e quindi bisogna ancora capire se le aspettative saranno rispettate. Inoltre il costo del trattamento è elevato: 700 dollari. Ma se verrà autorizzato consentirà di aggiungere un altro strumento utile a quelli già disponibili per la lotta all’infezione». A beneficiarne sarebbe soprattutto la fascia di pazienti che presentano fattori di rischio come obesità, ipertensione, diabete mellito, cardiopatie, bpco, insufficienza renale cronica, che agevolano l’azione del virus. Anche gli effetti collaterali sembrano limitati: nausea e mal di testa tra quelli emersi con maggiore frequenza, ricorda il virologo. Nei reparti ospedalieri è ben conosciuto oggi un altro antivirale, il Remdesivir, impiegato nel trattamento clinico dell’infezione dal 2020.



«Può essere somministrato solo negli ospedali ed è prescritto per le prime fasi dell’infezione - prosegue Libanore - In una fase più avanzata della malattia non riesce ad incidere sul decorso, perché dopo i primi 7-10 giorni subentrano altri fattori, soprattutto di natura infiammatoria, che possono pesantemente condizionare la salute del paziente». Proprio per l’evoluzione tipica dell’infezione Libanore ribadisce che «i sintomi vanno tempestivamente segnalati al medico di famiglia, alle Usca o al pronto soccorso. L’intervento precoce consente di ridurre l’impatto della virosi. Bisogna comunque ricordare che il vaccino non ha un effetto "sterilizzante", chi è vaccinato può contagiarsi ma gli effetti della malattia tendono ad essere più lievi e attenuati rispetto a chi non si è protetto». Per questi pazienti si aprono molto più spesso le porte della Pneumologia e della Terapia intensiva.



Molto promettenti risultano le versioni più aggiornate degli anticorpi monoclonali, ma anche in questo caso la chiave della guarigione sta nel trattamento precoce.«Sono farmaci ad alto dosaggio e impediscono al virus di "aggrapparsi" alle cellule dell’organismo. Al S. Anna abbiamo trattato 15-20 pazienti con buone risposte - sintetizza l’immunologo - solo in un caso abbiamo avuto un’evoluzione peggiorativa. Possono però essere impiegati solo ad alcune condizioni (il paziente non deve avere anticorpi e non deve essere ossigenato con flussi elevati)». In questa fase, dopo la riapertura delle scuole e dei grandi contenitori di eventi sportivi, «la vaccinazione fa la differenza rispetto all’obiettivo di ridurre l’impatto epidemiologico - osserva lo specialista del Sant’Anna - Se la patologia è in fase avanzata, l’urgenza è di contenere lo stato infiammatorio. Sono quattro i farmaci autorizzati dall’Aifa, oltre al cortisone che va usato con parsimonia e, assunto per periodi prolungati, può ingenerare complicanze. Il trattamento si avvale anche della somministrazione di antitrombotici (le eparine) e antipiretici».



Rispetto al primo periodo di pandemia, quando il Servizio sanitario nazionale si dimostrò impreparato a reggere l’impatto dei contagi in crescita le cose sono cambiate. Ma Ivermectina e Idrossiclorochina, due farmaci raccomandati dai movimenti no vax per le "cure domiciliari", non hanno passato il vaglio delle autorità di controllo. «A domicilio si possono usare monoclonali a basso dosaggio, antinfiammatori, cortisone e ossigenoterapia ma ripeto - conclude Libanore - con questa infezione le soluzioni più efficaci sono vaccino e diagnosi precoce». Gi.Ca.© RIPRODUZIONE RISERVATA


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