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Femminicidio Placati. I messaggi di Saveri: “Mi caccia di casa, è nelle grinfie di un altro”

Doriano Saveri

(archivio)


Bondeno. Il 21 febbraio, il giorno prima che Rossella Placati (50 anni) venisse brutalmente uccisa nella sua casa di Borgo San Giovanni, a Bondeno, il suo compagno le aveva sottratto il cellulare, copiato numeri di telefono e chat e mandato messaggi a uno dei figli di lei e a un amico che la ospitava a per pranzo, accusandola di parlare male di lui, di volerlo cacciare via e di avere un altro uomo.


Secondo quanto emerso nell’udienza di ieri davanti alla corte d’assise di Ferrara, Doriano Saveri – 47 anni, imputato per omicidio volontario aggravato, difeso dagli avvocati Pasquale Longobucco e Alessandra Palma -, alle 12.28 di quella domenica scrisse al figlio di Placati, Niccolò Orlando (sentito come testimone), il quale non aveva il suo numero. Gli disse di aver rispetto per lui e suo padre, e poi chiese scusa – come fece anche con la sorella, a voce – “per quello che è successo, ma la verità verrà a galla. […] Sono veramente disintegrato”. Gli accenni sembrano essere al fatto che Placati avrebbe raccontato ad altre persone che il suo ormai ex compagno assumesse stupefacenti. Dopo una prima risposta da parte di Orlando, Saveri – tra le altre cose – accusò ancora: “Mi sta cacciando di casa come un povero pezzo di merda. È già nelle grinfie di un’altra persona”.


Altri dettagli importanti vengono forniti da Francesco Lodi, amico di vecchia data di Placati, che quel giorno la ospitò, insieme ad altri amici, in casa per un pranzo domenicale. La donna, racconta il testimone, “disse che c’erano malumori seri, lui in mattinata aveva fatto esternazioni pesanti, diceva che lo voleva mollare perché aveva un altro e chissà chi frequentava. Lei era disgustata. Poi disse che lui le aveva preso il telefono e copiato tutti i numeri e i messaggi che aveva. La offendeva, sbatteva le cose. Lei – prosegue il teste – disse ‘speriamo che non mi spacchi qualcosa in casa quando torno’ e si vergognava perché era convinta che tutti i vicini avessero sentito le urla”.


Saveri, alle 12.52 di quel giorno, scrisse anche a lui: “Sto subendo un trattamento da povero pezzo di merda” si lamentava, prima di rimarcare che “nell’era moderna tutto è dimostrabile”. E ancora: “È già nelle grinfie di un altro. Chissà quante volte l’avrà fatto”. Dopo un piccolo scambio, Saveri disse “io la risolvo sicuro, la denuncio, così tutto verrà a galla”. Lodi, su suggerimento di Placati, gli chiese come facesse ad avere il suo numero. Saveri rispose che “per far sapere la verità bisogna essere anche furbi”. Ma di tutto questo “Rossella non era spaventata”. Il testimone ha escluso che Placati frequentasse davvero un altra persona al tempo.


Sempre Lodi ha raccontato anche di altri due episodi precedenti che testimoniano come il rapporto era ormai irrimediabilmente rotto. “Prima della fine del 2020 mi accennò l’intenzione di chiudere la relazione, lui in casa faceva poco e mi accennò al fatto che lui si facesse le canne e lei non ne era contenta”. Poi un acceso litigio in auto dopo un pranzo in un locale a Ferrara: “Dopo, in tutte le occasioni in cui ci siamo visti, Doriano non veniva più invitato da Rossella”. E da non invitato, Saveri si presentò in casa di un altro amico della Placati, attesa per un pranzo con altre persone. Era il 14 febbraio, San Valentino: “Non si rassegnava alla fine della relazione, si è un po’ sfogato ma io ero in imbarazzo”, racconta Lodi. Poco dopo ritornò: “Voleva dare dei fiori a Rossella”, che ancora non era arrivata, e che poi “rifiutò”, “disse che non sarebbero bastata le rose a far rientrare la situazione”.


Il datore di lavoro di Saveri ha invece raccontato che alle 6.40 circa di lunedì 22 febbraio, quando Rossella Placati era già deceduta, l’imputato gli invio un messaggio dicendogli che non sarebbe andato a lavorare perché doveva fare dei giri (verso le 8,30 andò dai carabinieri e disse che aveva trovato la propria compagna morta).


Delle attività di sopralluogo e repertazione di quanto trovato in casa e nel garage ha invece parlato diffusamente il luogotenente dei carabinieri Pietro Buccheri. Particolare attenzione è stata riservata a un dettaglio già emerso nella precedente udienza: i piedi della vittima, nello spazio tra la stanza in cui si trovava e il corridoio, erano immediatamente visibili una volta giunti in cima alle scale che portano al primo piano, dove è situato anche il bagno. Qualche scambio tra procura e difesa vi è stato su una scatola di scarpe marca Saucony con dentro però delle scarpe sportive Converse, trovata dai carabinieri nel garage, luogo in cui è stata notata l’assenza di un manubrio da palestra, inizialmente individuato come possibile arma usata dall’assassino per colpire Placati alla testa.


Oggi si ritorna già in aula per un nuovo giro di testimoni.

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