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Ferrara, don Bedin: «Serve una prima accoglienza contro i dormitori nel pronto soccorso»


FERRARA. Ercolino c’è sempre, al Pronto soccorso: non manca mai. Da poco tempo gli fanno compagnia Iorin e Pavel, new entry, stranieri. Loro i più presenti, e poi altri ruotano, 4 o 5, con problemi di etilismo, tossicodipendenza, di strada: tutti senza tetto né legge che usano il padiglione del Pronto soccorso come dormitorio. La notte scorsa, un uomo, fermato dalla Polizia in città e trasferito in ospedale per problemi di droga è entrato e uscito sei volte perché dopo essere dimesso voleva dormire dentro al Pronto soccorso.



Pavel, anche lui, senza controllo, ha chiamato l’ambulanza e poi creato non pochi problemi ai sanitari e agli Oss che lo hanno dovuto ripulire da capo a piedi perché tutto sporco. Fino a ieri mattina e tutto ricomincerà da questa sera in poi: il problema è tornato d’attualità, come in passato – diversi anni fa – quando era vera emergenza per gli operatori del pronto soccorso, quando decine di persone bivaccavano – d’inverno – su lettighe. Poi è arrivato il Covid, tutto è cambiato, ma la situazione sta tornando: oggi come ieri. A parte Ercolino, che ha la sua lettiga piazzata ogni sera da sempre sotto il finestrone del Posto di polizia: arriva, dorme e riparte, senza dare problemi. Gli altri li creano, i problemi – dicono gli addetti ai lavori – quelli che arrivano al Pronto soccorso dopo le segnalazioni di cittadini, l’intervento di Polizia e carabinieri e del 118 in città. Come abbiamo visto nella sola nottata tra lunedì e ieri.



«Certo che il problema c’è – sbotta in dialetto don Domenico Bedin – Anzi c’è chi vuol far finta non esista, non è così». Ma cosa si potrebbe fare? Don Bedin la risposta ce l’ha. E la articola senza voler innescare polemiche con addetti ai lavori – assessori, servizi, volontari – cercando invece un dialogo, un confronto, una soluzione: «Sì, la soluzione secondo me, sulla base dell’esperienza che abbiamo nel campo da decenni – spiega – è che ci vuole un dormitorio specifico, speciale». Anzi, gioca con le parole per farsi capire: «Non serve un dormitorio nel pronto soccorso come accadeva ieri e anche oggi ma un pronto soccorso come dormitorio: una struttura agile, due/tre stanze, il minimo indispensabile, uno o due operatori che rendano accessibile e controllato il posto, dove vengono accolte le persone».



«Cosa serve? Poco: brande, una struttura semplice e pulita in modo che le persone possano arrivare, lavarsi, dormire e ripartire. Ma per fare questo occorre investire».



Ma già lo si fa, non è così? «Sì, ma noi abbiamo un costoso sistema di pronto intervento per i senza tetto (il servizio assistenza adulti) con servizi che non hanno strutture, che orientano, raccolgono, portano, telefonano. E allora perché non risparmiare questi soldi e investire in un servizio di prima emergenza come quella che ho pensato, almeno parliamone».



Un servizio di primo livello, poiché è vero che amministrazione, assessorati e servizi sociali sono impegnati nella accoglienza, ma per situazioni di livello superiore, con progetti che passano appunto dalla prima accoglienza per arrivare alla stabilizzazione. Ma serve qualcosa di più agile, veloce, che faccia seguito all’intervento di Polizia, carabinieri e 118, nel caso non si tratti di problemi solo sanitari ma anche sociali: si deve arrivare a trasferire la persona in questi pronti soccorso dormitorio. Idee e soluzioni, pensando al futuro con un presente esplosivo: oggi in città vi sono due dormitori, a Villa Albertina e via XX Settembre. Al primo è difficile accedere, occorre sottostare a regole precise, vi è più stanzialità. Il secondo chiuderà il prossimo 30 aprile: e saranno problemi, seri, per i 17 uomini ospitati all’interno e tutto il sistema di accoglienza dei senza tetto. A meno di accettare che il Pronto soccorso dell’ospedale Sant’Anna, come accade ogni notte, diventi un dormitorio fisso, per chi non ha un tetto e soprattutto tanti problemi. «Credo – chiude don Bedin – che pensare alla soluzione di prima emergenza non sarebbe così impensabile: lo dico perché c’è un precedente». E spiega: «Nel 1910, a Ferrara, nella sede attuale dell’Asp in via Ripagrande, c’era un pronto soccorso dormitorio dove si accettavano persone allo sbando e senza un tetto: oggi, allora si pensi a questo, lo pensi il Comune, l’Asl, l’ospedale. Le risorse? I soldi del Pnrr potrebbero essere dirottati per questo primo livello: l’emergenza c’è, inutile negarla, e serve solo intervenire».



D. P.



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