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Grandi eventi e privatizzazione degli spazi pubblici. Di chi è la città?

di Romeo Farinella*


Scrivo nuovamente perché il dibattito di queste settimane sul tema dei grandi eventi delle città si è arricchito di stimoli, prese di posizione, dati e anche di lettere interessanti.


Preciso che scrivo da cittadino (che ahimè è anche professore di urbanistica, sperando che questo non sia un disvalore), perché mi pare che il dibattito sul concerto di Springsteen e sull’uso delle piazze delle città per grandi eventi faccia emergere due temi sui quali si sta discutendo in molte città in Italia e in Europa e che il Pug (Piano Urbanistico Generale) in via di elaborazione spero affronti.


Il primo riguarda il valore che vogliamo attribuire alla biodiversità nella nostra cultura e nelle nostre aree urbane (e qui parliamo del concerto al Parco Bassani); il secondo lo potremmo sintetizzare nella domanda: “di chi è la città”?


La biodiversità è un obiettivo strategico per la UE ed è un elemento centrale del Green Deal Europeo, ma come tutte le categorie ampie (es. sostenibilità, resilienza, ecc.) se non si esplicitano le pratiche che si intendono avviare rischiano di essere parole vuote.


Tale termine è stato coniato nel 1988 ed è oggetto della Convenzione di Rio che l’Italia ha ratificato con legge nel 1994. Se si vuole puntare sulla “forestazione urbana” (concetto retorico) o sul rafforzamento naturale di spazi pubblici come il “parco urbano”, come è stato fatto in questi anni, va messo in conto che i processi di “naturalizzazione” rafforzano la biodiversità e ciò rende questi luoghi molto particolari.


L’uomo è ovviamente una componente di tale biodiversità ma le sue scelte possono generare l’allontanamento o la morte di specie animali che si sono stabilite in un luogo perché “reso naturale” a seguito di azioni umane, inoltre può anche creare problemi alla vita urbana.


La “Biodiversità” non è un qualcosa che teniamo in freezer e scongeliamo quando ci serve, è al contrario una scelta di “sviluppo” che va perseguita coerentemente altrimenti meglio non dichiararla. È quindi una questione di scelta, di opportunità e di priorità. Tanti anni fa nel Parco delle Duchesse del Bosco della Mesola si teneva la festa del 1° maggio, e si entrava anche con le auto finché si è capito che era una situazione in contrasto con il carattere e la fragilità del luogo.


Anche la precisazione del sindaco che molti artisti chiedono “location” pubbliche di prestigio per i loro concerti andrebbe approfondita e sarebbe interessante anche chiedere a questi artisti di rendersi responsabili dei loro comportamenti, specie quando determinano lo spostamento di grandi numeri di persone (che devono arrivare, parcheggiare, mangiare, urinare, liberarsi dei rifiuti, ecc.)  visto che questi artisti si dichiarano tutti sensibili ai temi etico-ambientali, e comunque si tratta di situazioni che vanno valutate caso per caso.


L’Arena di Verona o Massenzio a Roma sono beni pubblici ma non piazze pubbliche, al contrario di Piazza Trento Trieste, e il Parco Urbano di Ferrara non è il campo volo di Reggio Emilia. E comunque un concerto di Zucchero in piazza Trento Trieste non ha l’impatto del concerto di un ensemble di archi e violini durante i Busker; forse un aspetto che non si è colto è che per Piazza Trento Trieste (e Ariostea) non si tratta di un evento eccezionale ma di 22 eventi che privatizzeranno degli spazi pubblici fondamentali per 22 sere, sottraendoli ai cittadini.


I giornali americani citati dal sindaco che invitano a visitare Ferrara non lo fanno certo perché in piazza un giorno ha suonato Francesco Renga o perché nel sottomura si è esibita la DJ Renée la Bulgara, ma forse perché Ferrara è la città dell’Addizione Erculea e dell’Officina Ferrarese e probabilmente i fan di Renga verrebbero a sentirlo anche se suonasse all’aeroporto.


Questa riflessione mi porta al secondo tema: di chi è la città? Le città sono luoghi dove si dovrebbero conciliare, attraverso il governo, molteplici appartenenze, sensibilità ed esigenze. Di questo ne parleremo a Ferrara dopo l’estate in un seminario insieme a colleghi urbanisti, sociologi e antropologi che da anni studiano questi temi e potrebbe essere l’occasione per un sereno e approfondito confronto.


Del resto, c’è il diritto a divertirsi ma c’è anche il diritto a dormire. La risposta all’isolamento del Covid ha accelerato un processo già avviato di “privatizzazione” dello spazio pubblico, in corso da anni, quindi piazze pubbliche che in certe fasce orarie diventano spazi urbani gestiti da esercizi privati (come capita per certe spiagge demaniali, dove i cittadini non vengono fatti entrare se non sono clienti), giardini o piazze pubbliche dove poliziotti privati ti intimano di non fotografare la città perché nei paraggi abita una star (mi è capitato a City Life a Milano dove abitano Fedez e la Ferragni, ma ho visto su Facebook che è capitato anche a Ferrara), o ancora il tollerare l’invasione dello spazio pubblico da parte di automobili private parcheggiate, la lista degli usi impropri della città  potrebbe continuare.


Ovviamente queste decisioni appartengono alla politica (che non governa per volontà divina) ma la riflessione e la richiesta di confronto appartiene anche a chi studia i fenomeni urbani e soprattutto appartiene a chi vive la città. Bene, detto questo, mi rinchiudo dietro la mia scrivania e i miei libri polverosi visto che mi è stato ricordato che la cultura del “fare” non è di mia competenza.



*professore di Urbanistica del Dipartimento di Architettura dell’Università di Ferrara, dove dirige il CITERlab, un laboratorio di ricerca che opera nel campo della progettazione urbana e territoriale

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