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“La strage di Bologna insegna che siamo persone addette alle falsità”

di Gian Pietro Testa*


Penso che oggi la cosa migliore sia fare finta di nulla. Esistono le disgrazie. Ci sono drammi familiari e non familiari. E madri che ammazzano i figli. E figli che ammazzano le madri. E tutto va bene. Tutto va bene. Ormai siamo abituati a digerire tutto.


E io, di fronte a questi avvenimenti che non sono compatibili con l’essere umano mi trovo sinceramente a disagio.


Cosa dovrei fare?


È la domanda che mi faccio ogni 2 Agosto, da quando mi trovai davanti alla stazione il cui orologio segnava le 10 e 25. Tutto intorno a me era un brulicare spaventoso di persone che mi sbattevano contro. Io non andai dentro. Non andai per una ragione semplicissima. Credo fosse giusto lasciare a chi di dovere il lavoro che c’era da fare. E sapevo che sarebbe stato un lavoro molto lungo. Tanto è vero che, fuori da quella stazione, non è ancora finito.


Se sapevo cosa dovevo fare allora, mi chiedo ancora cosa dovrei fare oggi.


Sono passati 42 anni. In questi 42 anni non si è riusciti a capire chi ha messo quella bomba. Non si è voluto capirlo. Non si è voluto avere un brano di verità.


La verità è una cosa molto buona, ma la verità umana è un fatto che non dà certezze. Perché non esiste.


Esiste una realtà che noi dobbiamo rispettare ma la verità non è la realtà. E, viceversa, la realtà non è la verità. L’uomo è destinato, è condannato a non avere risposte.


Però qualche cosa si può fare. Si possono raggiungere dei frammenti di verità. Ma non in questo Paese. In questo Paese sconcio non si può avere la verità. Tutto viene buttato all’aria. Come con una bomba. L’imperativo è non sapere nulla.


E così ci troviamo 42 anni dopo la più brutta strage che sia stata mai compiuta in Italia a chiedere per strada al primo che passa cosa è successo nell’agosto del 1980? La gente non ti risponde, non sa neanche da dove cominciare. Potrà pensare alla ricorrenza di una partita vinta dal Milan, ad altre minuzzaglie, ma non alla verità.


La verità non si sa ed e terribile fare questo mestiere dove si dovrebbe indagare la verità e non ce la fai. Quando ti sembra di toccarla, ti sfugge. Arriva qualcuno e la allontana dove nessuno può arrivare.


La verità è pericolosa soprattutto in un Paese drammaticamente stupido, dove non si possono nemmeno dire cose che si avvicinano in qualche modo alla verità.


Il più grande reato che un uomo può commettere è quello di nascondere la verità.


Siamo delle persone addette alle falsità e questo è il messaggio che purtroppo dopo oltre 40 anni ci viene consegnato dalla storia.




* Gian Pietro Testa è un giornalista, poeta e scrittore ferrarese. Alla fine degli anni ’60 e negli anni ’70 ha scritto di cronaca nera e terrorismo, occupandosi dei casi di Piazza Fontana e della strage di Bologna. Ha lavorato in diversi quotidiani nazionali, tra cui Il Giorno, l’Unità, Paese Sera. È stato tra i fondatori del settimanale Avvenimenti.


Nel 1976 ha pubblicato per Einaudi La strage di Peteano, libro inchiesta sull’attentato di matrice di estrema destra avvenuto il 31 maggio 1972 in cui persero la vita tre carabinieri. Ai fatti del 2 Agosto 1980 alla stazione di Bologna dedicò invece “Antologia per una Strage”, raccolta di 84 poesie, una per ogni vittima. Sempre sulla Strage di Bologna ha scritto “Terrorismo: la strategia che viene dall’alto”, Thyrus, 1986, a cura dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage di Bologna.


Nel 2017 è stato insignito dall’Associazione Stampa di Ferrara del Premio alla carriera: “tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso – si legge nella motivazione – scavò nel profondo delle trame più oscure della storia italiana”.

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