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Lega. Le dimissioni di Rossella Arquà erano illegittime

Rossella Arquà

Rossella Arquà


Il Consiglio di Stato ribalta la sentenza del Tar e accoglie il ricorso presentato da Rossella Arquà contro la delibera del Comune di Ferrara che accoglieva le sue dimissioni e confermava la surroga di Stefano Franchini al suo posto.


Ma quelle dimissioni erano illegittime. Quelle dimissioni fatte firmare in corsa sopra i cassonetti dell’immondizia, per strada, dal presidente del consiglio comunale Lorenzo Poltronieri, anche lui in quota Lega, all’indomani della perquisizione della Digos in casa di Arquà per le lettere anonime inviate (non tutte, preciserà la diretta interessata) al vicesindaco Nicola Naomo Lodi.


In meno di 24 ore Rossella Arquà era passata da braccio destro di Naomo a persona da espellere da qualsiasi contesto, partitico (era responsabile organizzativo provinciale, responsabile dei tesseramenti e incaricata dell’apertura della sede provinciale del partito) e amministrativo, tanto da essere a rischio di daspo urbano, come teorizzava in quei giorni il sindaco Alan Fabbri.


Era il giugno dello scorso anno. Poltronieri, assistito dal suo segretario particolare, Giuseppe Milone, dopo averle presentato un foglio già compilato e fattoglielo firmare, corse in municipio a protocollarlo. Nella successiva seduta del consiglio comunale, la maggioranza prese atto delle dimissioni e approvò la surroga di Stefano Franchini, diventato in seguito capogruppo della Lega.


Nei giorni successivi alla firma Arquà si rese conto che quelle dimissioni volanti non erano frutto del suo libero discernimento e, attraverso gli avvocati Fabio Anselmo e Carlotta Gaiani, fece ricorso al Tar.


Il tribunale amministrativo, pur rilevando la “atipica sequenza procedimentale”, rigettò il ricorso. In secondo grado invece il Consiglio di Stato lo ha accolto.


Per i giudici romani “il modus procedendi che deve essere osservato dal Consigliere che intenda rassegnare le sue dimissioni dalla carica” è ben delineato dalla normativa. E questo per garantire, che sia “il frutto di una deliberazione consapevole e meditata – e, quindi, non di un processo decisionale caratterizzato da avventatezza e non adeguata ponderazione delle ragioni, di segno politico o meno, che vi sono sottese e delle gravi conseguenze, anche sul piano della continuità dell’assetto consiliare e dell’indirizzo politico-amministrativo da esso espresso, che vi si ricollegano”.


E anche perché quella decisione “pervenuta ad un grado che l’ordinamento, rispettati gli adempimenti formali all’uopo previsti, ritiene sufficiente di maturazione ed esternazione, non sia più ritrattabile o modificabile, ponendola in tal modo al riparo dalla possibilità di uso distorto o strumentale della facoltà di cui costituisce espressione”.


Il Consiglio di Stato non è l’organo competente a giudicare se qualcuno abbia fatto un uso distorto o strumentale della consigliera, ma fa presente che Arquà è stata privata di “un tempus deliberandi che, per quanto di non eccessiva durata, il legislatore ha inteso garantire al rappresentante della volontà degli elettori fino al termine ultimo rappresentato dalla assunzione della dichiarazione di dimissioni al protocollo comunale”.


Secondo il supremo organo di giustizia amministrativa è “innegabile che quella decisione è maturata in un contesto emotivo non del tutto sereno (essendo riconducibile alle indagini di polizia in corso a carico della stessa), che non consentiva di attribuire a quella decisione i caratteri di ponderatezza e definitività che renderebbero irrilevante quel lasso temporale”.


Per questi motivi il Consiglio di Stato condanna il Comune di Ferrara alla refusione delle spese del doppio grado di giudizio a favore della Arquà, nella complessiva misura di 4.000 euro, oltre oneri di legge e ordina che la sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.


Questo significa che il Comune dovrà prendere atto della sentenza e dichiarare la surroga non valida, per poi dichiarare che il seggio in consiglio spetta a Rossella Arquà.

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