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“Nessuna solidarietà tra operai. Ci hanno separati, è una guerra tra poveri”

È un dramma nel dramma quello dei trecento lavoratori della Vm Motori di Cento che, dopo aver saputo che per loro non ci sarebbe più stato spazio all’interno degli stabilimenti di via Ferrarese, oggi devono anche fare i conti con l’indifferenza dei colleghi ‘salvati’ dai licenziamenti.


A raccontarlo è Alessio Filippini, operaio della Vm da trent’anni, che da piazzale Donegani, durante il presidio per lo sciopero di otto ore della Fiom-Cgil, è ancora sconcertato per la gestione della situazione da parte dell’azienda, dopo la decisione di lasciare a casa i dipendenti.


“Quello che più mi lascia sgomento – spiega – è che hanno deciso di dividere in due lo stabilimento, separando chi andrà a casa e chi rimarrà ancora non si sa per quanto tempo. Di quest’ultimi, nessuno di loro dimostra alcun tipo di solidarietà nei nostri confronti. Sono riusciti a spaccarci. Stanno fermi lì e fanno il loro lavoro”.


Filippini aggiunge: “Personalmente sono devastato. Io ci ho dato la pelle lì dentro e ora mi tocca assistere a questo. In trent’anni di Vm ho sempre visto della solidarietà. Certo, c’era chi diceva che non poteva scioperare, ma restava sempre aperto un dialogo. Adesso zero. Ho un fratello che lavora nell’altro capannone, ma nemmeno lui viene a fare sciopero per me. È un momento drammatico, è iniziata una guerra tra poveri. Questo mi fa perdere le speranze per il futuro“.


L’operaio riavvolge il nastro a pochi giorni fa, quando è stata comunicata la scelta di Stellantis di tagliare il personale: “Ci hanno chiamati in gruppi da dieci o venti persone e ci hanno detto che nel nostro stabilimento non si sarebbero più fatti motori. Poi hanno cercato di rassicurarci, dicendoci che non ci sarebbe stato nessun problema, ci hanno chiesto di stare tranquilli e di non creare disordini, ci hanno addirittura detto che nessuno sarebbe stato licenziato. Allora c’è qualche controsenso nelle loro parole, ci siamo chiesti”.


“Cosa faremo? Cosa ci capiterà? – conclude – sono state le nostre domande. Ma ci dicono tuttora poche cose. C’era gente che piangeva, altri che si domandavano che cosa stessero a fare lì. Un terzo di noi crede di essere salvo, pensa di farcela ad andare avanti con quaranta motori al giorno. Fino all’altro ieri ne facevamo 180, un mese fa 200 e tre mesi fa 250. Siamo in calare. Andremo a zero a giugno, ci dicono. Forse anche prima. Serve un piano industriale per sapere cosa sarà di noi“.

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