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Operazione Fe.ris. Naomo, salvaci tu!

Cos’è l’arte della persuasione? È far credere a qualcuno di amare ciò che odia. O, più tenuamente, far passare come piacevole qualcosa di orrendo o dannoso. E nei piani alti di Palazzo Ducale sono maghi in questo.


Ecco perché i ferraresi non stanno già presidiando con torce e forconi (metaforici) lo scalone del Municipio, sul quale saliranno oggi assessori e consiglieri comunali per far approvare il progetto Fe.ris.


Cosa sia il progetto Fe.ris è stato ampiamente spiegato nell’ultima settimana su queste pagine. Cosa nasconda ancora pochi l’hanno capito. Anche perché gli stessi membri della commissione consiliare chiamata nei giorni scorsi a valutarlo non sapevano proprio di cosa si trattasse. L’unica a chiedere informazioni integrative è stata Roberta Fusari, che da architetto ed ex assessora all’urbanistica qualcosa aveva subodorato.


Tornando all’arte della persuasione, come far credere ai cittadini che sia bello avere un maxi ipermercato (tanto grande da costringere a variare il piano provinciale del commercio) a pochi passi dalle Mura, uno dei monumenti simbolo di Ferrara? Basta dire che sarà un grande parco urbano e far vedere tanto verde nelle planimetrie. Poco importa se poi si scopre che il verde è semplicemente dell’erba posta sul tetto di cemento del centro commerciale che verrà. Un parco pensile. Fruibile da qualche piccione finché la calura non ne avrà ragione.


Come far credere che questo passo è necessario? Mettendolo in correlazione con un progetto di riqualificazione che, questo sì, potrebbe avere una utilità pubblica: la rigenerazione dell’ex Caserma di Pozzuolo del Friuli in via Cisterna del Follo e dell’annessa Cavallerizza in via Scandiana. Immobili di nobili origini abbandonati dal 1997.


Eppure fino allo scorso novembre il progetto dell’ex Caserma, per parola dello stesso assessore Alessandro Balboni, aveva altre caratteristiche. Doveva essere fondamentalmente un campus universitario, con laboratori aree didattica e, sì, anche uno studentato. Nel progetto di riqualificazione doveva entrare anche l’Università a suon di milioni. Oggi scopriamo che l’Università non c’entrerà nulla e che lo studentato sarà privato. E attorno ad esso un fiorire di centri wellness e court food (corte del cibo). Niente prezzi calmierati, quindi, e via libera agli affari dei privati. Anche i parcheggi al suo interno serviranno solo chi pagherà gli affitti.


Chiaro allora che Unife si sfili dal progetto, a meno che qualcuno sia disposto a credere che ci sia stato un difetto di interlocuzione tra Comune e ateneo.


A questo si aggiunge l’incredibile fretta con cui Alan Fabbri vuol portare a termine il tutto. Giusto il tempo di una conferenza stampa senza contraddittorio, poi il passaggio in commissione senza dare il materiale necessario ai consiglieri e infine in nemmeno una settimana l’approvazione in consiglio comunale per blindare l’accordo con i privati.


Perché, è lecito chiedersi, forzare tanto la mano e rischiare di incappare in un passo falso clamoroso a livello di reputazione e gradimento popolare?


Proviamo a rispondere con l’immaginazione, capace di confini più maestosi della persuasione. Forse perché Fabbri è stato ‘sollecitato’ a farlo. Immaginiamo, sempre nel campo della fantasia, che il partito di riferimento, la Lega a livello nazionale, voglia mettere più bandierine possibili nel risiko di un territorio ‘occupato’ fino a pochi anni fa dalla sinistra.


Immaginiamo, qui la fantasia scema del tutto (dal momento che la catena alimentare che sindaco e Balboni hanno voluto mantenere segreta ormai è sulla bocca di tutti), che una di queste bandierine si chiami Esselunga, gruppo al quale il partito di Salvini ha strizzato più volte l’occhiolino.


“Cherchez la femme!” si direbbe nel più classico dei gialli da appendice. Quando non si conosce il colpevole di un delitto, il commissario di turno ordina ai suoi di cercare “la donna”, la figura femminile attorno alla quale ruota, con molta probabilità, il segreto da svelare.


Ecco allora la donna, nel nostro caso il sostantivo femminile (i sostantivi femminili) alla base di questa operazione: Lega ed Esselunga.


Sappiamo, forti di questi tre anni di esperienza, che se Fabbri vuol far passare qualcosa non c’è coscienza di consigliere che tenga. E allora l’unica speranza dei ferraresi di non veder venduto (o “svenduto” o “regalato” secondo alcuni oppositori) un pezzo di città e trovarsi in futuro un mostro di cemento accanto al patrimonio Unesco dell’umanità risiede in una persona sola: Nicola Naomo Lodi.


Concedo qualche pausa per soffocare gli sghignazzi. Vedete, Naomo ha tante qualità – non necessariamente positive – e tra queste figura la scaltrezza. La sua storia personale dimostra come sia stato sempre capace di rimanere a galla tra mille vicissitudini.


Naomo, dicevo, è scaltro. Estremamente scaltro. Non è un caso che lui, abituato a inaugurare anche la sagra della coda di lucertola pur di avere un trafiletto sui giornali, non abbia minimamente messo il nome e la faccia – eppure è lui l’assessore all’urbanistica – su quello che Fabbri e Balboni definiscono il “progetto che ridisegnerà il futuro urbano di Ferrara”.


Naomo sa che lo ridisegnerà in peggio. E prima o poi anche i pigri ferraresi se ne accorgeranno. E lui, una vita politica dedicata al consenso, non vuol rischiare di veder frantumato quel bacino elettorale che cerca con accanimento di guadagnarsi giorno per giorno.


E allora l’unica speranza per i cittadini di non vedere i beni pubblici offerti troppo generosamente a dei privati, magari per interessi o ordini di partito, si chiama Nicola Lodi. Ce la farà il nostro eroe per un giorno?


Pessimista per natura, temo di no. E ci toccherà digerire la risposta di Balboni ai detrattori. Nulla di tecnico, per carità. L’assessore all’università è stato solo capace di un semplice “a me sembra che l’interesse pubblico in questo progetto sia lapalissiano”.


Mai risposta fu più infelicemente profetica. Monsieur de La Palice passò alla storia per il suo epitaffio: “se non fosse morto, sarebbe ancora in vita”. Ecco, oggi la Lega e Alan Fabbri consegneranno alla città una ferita profonda, che rimarrà come eredità negli anni a venire.


Se Ferrara non fosse morta, sarebbe ancora viva.

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