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Prigioniera del covid per 100 giorni «Ti senti come un topo in gabbia»

la storia

«La sofferenza mi ha rafforzato. Ho trascorso 100 giorni in isolamento domiciliare, senza poter avere contatti con i miei familiari, senza ricevere assistenza medica, fin tanto che non ho deciso di cambiare medico e solo da quel momento è cominciata la svolta. Dentro me c’è tanta rabbia, per quei pazienti che, come me, sono stati abbandonati a se stessi, dimenticati, trascurati. Le persone muoiono anche perché non ricevono cure adeguate. Mai un virologo che mi abbia chiamata. Sono rimasta chiusa, blindata in una stanza, senza contatti con i miei cari. Se non avessi avuto il bagno, mi avrebbero collocata in una struttura».

L’odiessea infinita

Silvia Bellotti, giovane, tenace mamma comacchiese, dopo un’odissea infinita, provocata dal covid 19, vuole testimoniare la propria esperienza, non certo per apparire come una vittima del sistema, quanto piuttosto per accendere i riflettori sulla condizione di abbandono che, purtroppo, ha vissuto sulla propria pelle. A metà marzo Silvia, che è asmatica, ha la febbre e riconosce gli stessi sintomi di una polmonite, che l’aveva colpita già dieci anni prima. Al telefono il medico di famiglia suggerisce una radiografia urgente, tramite il Pronto soccorso e lì comincia il calvario, in quanto viene evidenziata una polmonite, ma non interstiziale. La giovane mamma viene ricoverata il 18 marzo nel reparto Covid dell’ospedale del Delta, ma «il 20 marzo non avevo già più nessun sintomo – racconta Silvia – e voglio aggiungere che non avevo mai avuto difficoltà respiratorie».

Il primo tampone viene eseguito il 18 marzo, ma Silvia resta in ospedale per ben 12 giorni, nonostante i sintomi fossero spariti nel giro di un paio di giorni. Le dimissioni quindi scattano il 31 marzo, ma la 41enne comacchiese deve intraprendere un percorso di isolamento domiciliare, durante il quale non potrà avere contatti con il marito, con la figlia e con gli altri parenti. La mansarda di casa, provvista di bagno autonomo, consente alla giovane di trascorrere il periodo di isolamento domiciliare in un contesto domestico, ma il primo tampone arriva il 17 aprile.

L’illusione

«Ero certa che l’esito fosse negativo – racconta Silvia –, volevo riprendere in mano la mia vita, ma ogni due settimane, ripetendo la prova del tampone, si alternava un esito negativo ad uno positivo». Alle conseguenze intuibili dell’isolamento coatto, durante il quale Silvia poteva dialogare con figlia e marito solo dalla cima delle scale o al telefono, si sommano il disagio e la rabbia per non aver ricevuto alcuna visita medica.

Visto che richiedeva assistenza domiciliare, ad un certo punto Silvia decide di appoggiarsi ad un nuovo medico di famiglia, Francesco Stranieri, che la accompagnerà in tutto il decorso successivo, recandosi pure nella mansarda dell’isolamento coatto, per visitarla.

«Ha provato la saturazione – sottolinea Silvia – che andava benissimo, mi ha rincuorata e questo è un aspetto fondamentale, perché i pazienti Covid, e questo bisogna dirlo, sono stati trattati come soggetti in gabbia e non come esseri umani».

Il 4 giugno arriva l’esito di un tampone positivo, dopo un negativo eseguito quattro giorni prima. L’odissea è destinata a proseguire ancora, ma nel frattempo dall’Asl non arriva nessuna telefonata, nessuna mail, nessun prelievo. Tra notti insonni, giorni di attesa che sembrano infiniti si accentua la rabbia per la privazione della libertà, che continua a protrarsi. «Dal 20 marzo sono stata bene, ho sempre avuto l’appetito – tiene a precisare Silvia –, non avevo tosse, non avevo raffreddore, non ho contagiato nessuno, eppure ho dovuto vivere come in prigione, senza poter fare neppure una passeggiata in cortile. Ho vissuto sulla mia pelle quello che in tanti sono stati costretti a subire, senza ricevere assistenza domiciliare».

L’isolamento è cessato il 24 giugno scorso, dopo il doppio tampone negativo, ma per Silvia sono passati 100 giorni, vissuti tutti in una mansarda, in una condizione che ha amplificato a dismisura lo scorrere del tempo.

«Il Covid 19 ha permesso alla sanità di non dare assistenza ai malati al loro domicilio – conclude amareggiata Silvia – si è trattati come topi in gabbia». —

KATIA ROMAGNOLI

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