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Quando la dama cadde nel Castello Estense

Nell’agosto del 1492 erano iniziati, col progetto e sotto la direzione di Biagio Rossetti, i mastodontici lavori di escavo del largo fossato perimetrale e di costruzione delle possenti mura che avrebbero racchiuso e protetto quell’espansione urbana verso settentrione detta, dai posteri, “addizione erculea” dal nome del duca committente: Ercole I d’Este. L’opera era talmente colossale da dover richiedere anche l’apporto dei contadini, oltre alla moltitudine di maestranze e manovalanza provenienti dal modenese, dal reggiano e dalla Romagna.

Contemporaneamente anche il Castello Estense, giorno per giorno, anno per anno, rifaceva il suo “maquillage” e le continue modifiche e migliorie lo avrebbero trasformato, da quell’ibrido di fortezza militare parzialmente abitata dalla famiglia signorile, in un vero e proprio “palazzo ducale”. E così anche sarebbe stato chiamato, causando, in svariate occasioni, non pochi equivoci di carattere storico, perché scambiato spesso e volentieri con l’originaria residenza (oggi complesso municipale). Questa metamorfosi era altresì giustificata dal fatto che, trovandosi ormai al centro della nuova città rinascimentale – protetta a nord da nuovi e potenti bastioni a prova d’artiglieria – la sua funzione di baluardo settentrionale era già superata, per non dire inutile. Al suo interno, i nuovi appartamenti venivano intanto decorati da pregevoli affreschi e pavimentati in cotto pregiato: ovunque aleggiava il buon gusto ed il tocco raffinato della duchessa Eleonora.

Il canale Centese, successivamente ribattezzato Panfilio (dal nome del pontefice Innocenzo X, G.B. Pamphilj) e in tempi più recenti tombato sotto gli attuali corso Giovecca, prima, e viale Cavour, poi, affiancato dalle mura fino al Canton del Follo, fungeva da confine settentrionale. Con 1′ “addizione” lo troviamo inglobato nella nuova città e navigabile fino all’interno del Castello del quale, come tutt’ora, ne alimenta la fossa. Attraversava e costeggiava “i giardini dove andavan nuotando bianchissimi cigni, e dov’erano bagni e fontane” (A. Guarini). Riguardo alle fontane, il Frizzi cita, in particolare, il Zardin de la Fontana, ornato da marmi preziosi ed eleganti sculture. Ma vi era anche un’altra importante fontana marmorea, costruita dal Comune e situata “sulla piazza maggiore non lungi dalla torre campanaria della cattedrale. Ma si guastarono ambedue per insufficienza di cadente, perché le arene deposte nei tubi dalle acque torbide li otturarono del tutto” (L.N. Cittadella), pertanto vennero demolite nel 1548.


Il Castello Estense come doveva essere nel XV secolo stando a un affresco di Villa d’Este a Tivoli.



Quanto al fossato del Castello, era proprio necessaria una disgrazia perché potesse essere munito di parapetto! Questo avvenne solamente alla fine del 1506, quando una nobildonna ferrarese, Caterina, figlia del conte Uberto Sacrati e moglie del marchese Cesare Turchi, che si trovava in compagnia di amiche “vi fu rovesciata dentro col suo cocchio per distrazione del condottiero che mirava un ribelle chiuso entro la gabbia di ferro” (Cittadella) issata sulla Torre dei Leoni. Si trattava di quel Giovanni d’Artiganova, detto anche “Gian Guascone”, prete e cantore ducale che, molto intimo di Alfonso I, aveva libero accesso ai suoi appartamenti. Istigato da Ferrante e Giulio, fratelli di Alfonso, proprio grazie a questa sua familiarità col duca, tentò di avvelenarlo nel corso della nota congiura. Scoperta la trama, fuggì a Roma ma, catturato e trascinato a Ferrara, venne condannato a “perire d’inedia”, appunto, nella gabbia della torre. Ma, forse per non dare squallido spettacolo di sé e per abbreviare la sua agonia, “strozzassi da sé con una tovaglia“.

In quella medesima torre sarebbero stati rinchiusi, per il medesimo reato, Ferrante e Giulio, la cui condanna a morte venne commutata, in extremis, in carcere a vita: “il signor duca li ha perdonato la morte e li ha confinati in perpetuo carcere in Castelvecchio nella Torre che guarda il Borgo del Lione” (G.M. Zerbinati). Il primo sarebbe morto dopo 34 anni di prigionia e Giulio, ormai ottantunenne, sarebbe uscito dopo altri 19 anni, in occasione dell’investitura del pronipote Alfonso II (1559). Il 29 gennaio 1598, tre mesi dopo la morte di Alfonso II d’Este, quinto e ultimo duca di Ferrara, anche il Castello Estense diveniva proprietà dello Stato Pontificio.


Articolo di Paolo Sturla Avogadri


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