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Scuola, a Ferrara la rivolta delle insegnanti: «Mortificato il nostro lavoro»


FERRARA Chiedono di essere messe nelle condizioni di poter lavorare al meglio. Questa e altre rivendicazioni sono arrivate durante l’infuocata assemblea sindacale che si è svolta ieri pomeriggio (17 giugno) alla Sala Estense. Le insegnanti dei servizi educativi del Comune hanno colto l’occasione della presenza dei 3 sindacalisti di Cgil, Cisl e Uil (rispettivamente Luca Greco, Kevin Ponzuoli e Leonardo Uba) per esprimere tutta la loro preoccupazione perché, hanno detto, «i bambini (i servizi scolastico-educativi di cui si parla riguardano la “porzione” 0-6 anni, ndr) non sono pacchi, e hanno diritto, loro e le loro famiglie, a frequentare una scuola degna di questa nome».



E quindi, cosa non va? Il rubinetto è aperto: «Il servizio comunale più numeroso – hanno detto le insegnanti intervenute, anche a nome delle college che non hanno potuto partecipare – ha bisogno innanzitutto di disporre di più personale. Il Comune assuma i colleghi precari e chi, grazie ai requisiti della Legge Madia, può essere assunto a tempo indeterminato». E ancora: «È arrivata una lavagna di 12 metri ma ci mancano penne, colla e fogli di carta, come si può pensare di insegnare qualcosa a questi bimbi se chi dovrebbe farlo non ha gli strumenti adeguati». E non è finita: «Il rapporto insegnanti/bimbi è di 1 a 25 – sono le parole di un’altra docente – vale a dire che per ogni gruppo di 25 bambini c’è una insegnante. Poche, troppo poche per poter garantire un servizio degno di quello che le famiglie giustamente pretendono». I sindacalisti presenti aggiungono una parola che, tempo addietro, ha fatto molto arrabbiare le insegnanti: inadeguate. È infatti l’aggettivo con cui un alto dirigente comunale avrebbe etichettato le docenti.



«Noi inadeguate? Noi stiamo facendo miracoli con i fichi secchi – è il senso della risposta che le insegnanti alla Sala Estense spediscono ai vertici del Comune di Ferrara – Siamo riuscite a garantire didattica e sicurezza anche durante la fase più grave della pandemia. Chiediamo solo di essere messe nelle condizioni migliori, e quindi di averne gli strumenti. Di poter lavorare sapendo di non essere sole, di non ricevere soltanto imposizioni ma, almeno qualche volta, anche delle domande per sapere da noi cosa serve per migliorare i servizi educativi».



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