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Suicidio in carcere, indagini chiuse: tre sotto accusa

Sono tre le persone sotto accusa per la morte in carcere di Lorenzo Lodi, 29enne suicidatosi in carcere poco più di un anno fa, nel carcere dell’Arginone.


La Procura di Ferrara, dopo un anno di attività, ha chiuso le indagini sul dramma consumatosi il 1° settembre del 2021 nella casa circondariale di Ferrara, notificando l’avviso 415bis alla comandante della Polizia penitenziaria Annalisa Gadaleta, all’ispettrice Patrizia Fogli e al secondo medico che visitò il 29enne in cella, Giada Sibahi, ultima aggiunta rispetto agli originari indagati.


Per due operatori di polizia penitenziaria invece la procura ha avanzato richiesta di archiviazione: per il primo perché non presente in carcere, per il secondo perché non si ritiene dimostrato il nesso causale tra la sua condotta e l’evento.


L’accusa è quella di omicidio colposo per non aver adottato tutte le misure idonee a evitare che l’uomo si togliesse la vita. Lodi era infatti un soggetto a rischio e il rischio era noto.


L’uomo venne arrestato il 31 agosto dai carabinieri che lo avevano trovato in possesso di 2 kg di marijuana, più di un etto e mezzo di hashish, una pistola rubata (una Tanfoglio calibro 9) e munizioni, oltre a 16mila euro in contanti.


I militari intervennero nella sua abitazione perché la fidanzata e due amici avevano segnalato le sue intenzioni suicidarie, espresse tramite messaggi inviati dal cellulare, una circostanza che, a quanto risulta, venne segnalata dagli operatori dell’Arma anche nel successivo verbale d’arresto. Il 29enne tornò a casa, dove i militari e i vigili del fuoco lo cercavano, e fu lui stesso a consegnare la pistola che aveva in macchina. Durante la perquisizione venne trovato il resto.


Lodi venne condotto all’Arginone e, in attesa della convalida dell’arresto davanti al giudice, venne posto inizialmente sotto sorveglianza normale nella sezione Nuovi Giunti. Dopo un colloquio con la Sibai cambiarono le disposizioni perché aveva manifestato pensieri suicidari e la sorveglianza passo a ‘grande’ con un passaggio di controllo almeno ogni 20 minuti. Nel pomeriggio del 1° settembre Lodi venne trovato privo di vita: si era impiccato usando il lenzuolo presente nella sua cella, un lenzuolo che non avrebbe dovuto essere lì secondo le linee guida da applicare in questi casi.


Alla dottoressa è contestato di non aver dato, nelle proprie comunicazioni di competenza (tra le quali il suggerimento di passare a un grado di sorveglianza più elevato) al personale della Penitenziaria una corretta identificazione del rischio, omettendo di riferire che il giovane aveva ammesso durante il colloquio di aver pensato di togliersi la vita con un lenzuolo. L’ispettrice e la comandante invece, dopo aver ricevuto la comunicazione del rischio modificato, non avrebbero provveduto ad attuare una modalità di ‘grande sorveglianza’ idonea per il caso specifico, in particolare non avrebbero fatto in modo che le lenzuola venissero ritirate.


Le indagate sono assistite dall’avvocato Alberto Bova e, la sola Sibahi, Donato La Muscatella. La famiglia di Lodi è assistita dall’avvocato Antonio De Rensis. Tra i legali, tutti raggiunti al telefono da estense.com, solo Bova ha rilasciato dichiarazioni: “Le mie assistite chiederanno di essere sentite dal pm e confidiamo di poter dimostrare già in questo frangente di aver agito in maniera corretta”.


 


In caso di emergenza, chiama il 118.


Se hai amici o conoscenti con pensieri suicidi si può contattare il Telefono amico allo 02 2327 2327, tutti i giorni dalle 10 alle 24, o la Samaritans Onlus al numero verde 06 77208977, 13 alle 22.


Si può usare anche l’AppToYoung per smartphone e tablet, gratuita e con la privacy garantita.

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