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Un movente economico dietro l’omicidio di Alberta Paola Sturaro?


C’è qualcosa in più e che ancora non si sa nell’omicidio di Alberta Paola Sturaro, 75 anni, soffocata il 22 marzo 2021 da suo figlio Stefano Franzolin e oggi a processo in Corte d’assise?


Sembrano esserne convinti la sorella dell’imputato, Sonia, e suo fratello Alessandro che sono parti civili (assistiti dall’avvocato Pier Guido Soprani), ma è una ricostruzione fortemente contestata dalla difesa e che la procura non sembra seguire affatto.


C’è una sequenza di episodi, almeno da quanto si è compreso dalla testimonianza resa ieri in udienza da Alessandro Franzolin, che li porta a ricostruire in maniera molto differente da quella del ‘raptus’, il percorso che ha portato Stefano a uccidere la madre. Emerge solo in minima parte dall’imputazione che vede Franzolin (difeso dall’avvocato Alberto Bova) accusato anche di aver usato in maniera impropria la carta bancomat intestata alla madre e aver compiuto 17 operazioni (12 prelievi bancomat e cinque pagamenti di bollettini in un anno e mezzo per circa 15mila euro).


Il 17 marzo sarebbe arrivata in casa una lettera da parte della banca su un pagamento Rav/Mav. La signora Sturaro, è quanto sostengono fratello e sorella, non capendo di cosa si trattasse, avrebbe chiesto alla figlia un aiuto e insieme avrebbero preso appuntamento con la banca per un colloquio e capire così i movimenti sul conto corrente. Appuntamento fissato per il 22 marzo, proprio il lunedì in cui è avvenuto l’omicidio.


L’ipotesi, pare d’intendere, è che Stefano Franzolin, che comunque aveva l’autorizzazione a operare sul conto (cosa che dovrebbe far cadere l’accusa relativa), una volta venuto a sapere dell’incontro in banca, abbia ucciso la madre per non farle scoprire di aver usato i suoi soldi e come li aveva usati. Maggiori dettagli verranno presumibilmente forniti dalla testimonianza di Sonia, in programma per la prossima udienza del 26 ottobre. Intanto la corte ha disposto l’esibizione da parte della banca di tutti i documenti necessari.


Sempre durante la testimonianza è però emerso che in casa vi erano due assegni circolari da 110mila euro: perché Stefano non li fece incassare per poi trasferirli sul proprio conto?, ha ribattuto la difesa che ha anche contestato che, subito dopo i fatti, le due parti civili diedero a lui, al tempo avvocato di famiglia, mandato di assumere un medico legale che stabilisse se la madre fosse morta di morte naturale o per mano del fratello: perché farlo se sapevano già che era stato Stefano toglierle la vita?


Da rilevare che le parti civili hanno declinato l’offerta di un consistente risarcimento economico mediato dal padre: la somma sarebbe stata “compensata” con un prestito che quest’ultimo aveva fatto loro dopo la morte della madre e che rinunciava a riavere indietro. È stata invece accettata la rinuncia alla sua quota di eredità da parte dell’imputato, attualmente detenuto all’Arginone.


Alessandro Franzolin ha raccontato anche un altro episodio di quel giorno, ovvero di essere stato aggredito dal fratello quella mattina, verso le 7,30, mentre faceva colazione. Stefano, che già aveva ucciso la madre, l’avrebbe colpito in testa con una piccola casseruola. Poi andò in camera dalla madre, e vide che non si muoveva. In un secondo momento, nella cucina al piano di sopra, l’imputato lasciò un foglio con una sorta di confessione scritta, non si è capito bene a quale scopo, in cui si parla di una colluttazione con la madre, e poi si chiuse in uno stanzino, minacciando il suicidio e uscendo solo dopo l’intervento dell’avvocato Bova.


Sono stati sentiti alcuni funzionari di polizia giudiziaria che hanno eseguito i rilievi e le indagini, nonché colui che per primo diede l’allarme ai carabinieri: lo psicologo Vincenzo Callegari, che ha raccontato di aver ricevuto un messaggio verso le 8,30 di quel tragico giorno da un numero sconosciuto che recitava: “Mio fratello ha ucciso la madre. Mi ha detto che vuole suicidarsi per non finire in ospedale, cosa devo fare? Non chiamarmi che c’è lui”. All’inizio pensò a uno scherzo, poi si insospettì e allertò i carabinieri (intervenuti solo alle 11, prima nessuno li aveva chiamati), girando loro il messaggio e l’utenza dal quale proveniva. Furono loro poi a rintracciare il mittente: Alessandro Franzolin, che conosceva Callegari perché, ha spiegato lo psicologo, anni prima fece da lui il tirocinio. Sentito anche lo psichiatra Luciano Finotti, consulente del pm, che ha ribadito di aver rilevato nell’imputato una “parziale incapacità d’intendere e di volere, particolarmente rilevante nella capacità di volere”.

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